Hacker, cosa sanno della tua vita?

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E’ impressionante constatare che sono bastati pochi dati e un pizzico di creatività, per accedere senza troppi trucchi agli account online del giornalista, di certo non il primo tra gli sprovveduti. Secondo una ricerca della Harris Interactive , gli utenti online sono più preoccupati che in passato sul probabile furto di nomi account e password dei portali dove sono registrati. Circa l’88% del totale degli intervistati si dice “abbastanza preoccupato” il 29% dei quali si dice “estremamente preoccupato”. Il motivo è semplice: oggi condividiamo molto di più che in passato. Prima non c’erano i social network, e di conseguenza le uniche informazioni personali immesse sul web erano quelle inerenti indirizzi di fatturazione e spedizione nel caso di siti di e-commerce, più qualche scambio di email tra acquirenti e venditori. Oggi la maggior parte delle conversazioni si svolge al di fuori dei classici canali comunicativi. Telefonate, sms, mms e le stesse email sono oramai considerati mezzi sorpassati e lenti nella logica del web sociale. Se devo chiedere qualcosa ad un amico (ma anche collega o famigliare) preferisco farlo su Facebook o Skype perché sono mezzi gratuiti (al netto della connessione internet pagata) e che richiedono tempi di risposta molto veloci, anche per l’hacker. Si perché hackerare un account è molto più semplice e fattibile che violare lo smartphone per leggere sms o la lista dei contatti (pratica comunque diffusa tra i criminali informatici).

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Se si utilizza Internet per inviare email, caricare foto, frequentare i social network e fare shopping online, probabilmente il vostro profilo è già nella cerchia dei papabili da hackerare. Una persona interessata potrebbe facilmente scoprire se avete un mutuo, se siete sposati o divorziati, dove lavorate e a che ora rientrate a casa. Probabilmente sapete anche che una password composta da soli cinque caratteri non basta, così come quelle basate sulla vostra data di nascita e gruppo musicale preferito. Perché? Provate a “googlare” il vostro nome e vedete un po’ cosa esce. I primi dati visibili saranno i primi che gli hacker prenderanno in considerazione per tentare di violare il vostro account.

La vita digitale ci ha abituato a lasciare una serie di informazioni distribuite all’interno delle diverse piattaforme di social media che frequentiamo – ci spiega Davide Bennato professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali presso l’Università di Cataniaquesto comportamento sicuramente da un lato è necessario per accedere ai servizi, ma anche per popolare gli spazi digitali di contenuti che riflettono in tutto, o in parte, la nostra identità (gusti, consumi culturali, interessi, passioni). D’altro canto inserire contenuti nei social network che parlano di noi ha come conseguenza quello di avere abbassato la soglia di attenzione sulla privacy. Il problema è quello di essere visibili, ovvero raggiungibili dagli altri, senza essere trasparenti, ovvero far circolare informazioni che non vorremmo che circolassero”.

Le password diventano fondamentali. Le migliori sono generate da computer e siti web e contengono un mix di lettere, numeri e caratteri speciali (come i punti esclamativi e interrogativi). Purtroppo più le password sono complesse e più è difficile per gli utenti ricordarle. Per questo vengono in auto software specifici come LastPass che permette di conservare le password di tanti servizi online, tutte protette da una singola password che dovrà essere inaccessibile e difficilissima da violare. Utilizzare un manager di password è un buon modo per aumentare la propria sicurezza online ma non è perfetto. La password migliore è quella che non avete mai utilizzato, un’associazione univoca di lettere, numeri e simboli con il più alto grado di creatività possibile. L’importante è utilizzare password diverse per le piattaforme più importanti oppure si rischia di regalare la chiave di ingresso della propria vita digitale. “A complicare la situazione c’è il fenomeno della dataveglianza – conclude Bennato – ovvero la possibilità di sorvegliare le persone attraverso i dati che queste lasciano nei vari spazi social. Questo fenomeno si basa sul principio dei database incrociati: Twitter può sapere una parte di noi, Facebook un’altra, LinkedIn un’altra ancora, ma se si guardano contemporaneamente si ha un quadro esaustivo e completo dell’intera vita di una persona”.

 Fonte Panorama

L’Italia dei golpe: morto Amos Spiazzi

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Il nome di Spiazzi era diventato noto agli inizi degli anni Settanta perché protagonista delle inchieste sugli ambienti dell’estrema destra eversiva, in particolare dell’inchiesta sul “Golpe Borghese”. Vicenda per la quale l’allora tenente colonnello venne arrestato, ma assolto in appello e definitivamente scagionato in Cassazione nel 1986. Il nome di Amos Spiazzi entrò anche nelle pagine dell’inchiesta sulla strage alla questura di Milano.

Figura controversa quella di Spiazzi. “Golpista” e colluso con le trame nere venete di Ordine Nuovo, per il giudice Guido Salvini, che lo portò davanti al tribunale, era la chiave per capire tanto di quel che era accaduto in Italia. Questo per il giudice Salvini. Mentre per il capo del controspionaggio, Maletti, Spiazzi era “un uomo pieno di entusiasmo, professionalmente ottimo, politicamente però un lattante, un vero ingenuo”.

Passano gli anni, uno dopo l’altro scompaiono i protagonisti di quelle vicende e con loro la possibilità di avere la fetta importante di verità su quegli anni. Resta una certezza, che dietro le stragi “fasciste” di piazza Fontana e piazza della Loggia c’era un livello più alto, quello di chi voleva che nel nostro Paese si scongiurasse un governo anche lontanamente influenzato dalla sinistra. Sullo sfondo, l’idea di Italia che avevano gli americani e per la quale gli americani lavoravano, con ogni mezzo. Salvini lo aveva ricostruito nella seconda istruttoria su quei fatti. Maletti lo ha ribadito nel libro “Piazza Fontana, noi sapevamo”. Amos Spiazzi lo ha sempre sostenuto. Un giudice, l’ex capo del controspionaggio e un generale che sostanzialmente arrivano alla stessa conclusione.

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Verona. Qui, collegata al comando Ftase di via Roma, era operativa una cellula della Cia, che aveva il compito di “incoraggiare” e sostenere le operazioni degli ordinovisti veneti. Due anni fa proprio Spiazzi: “In quel Comando non ci ho mai messo piede. Sono profondamente antiamericano. Ho sempre evitato contatti con loro. Ma che quel nucleo fosse attivo è una cosa di cui sono convinto”. Convinzione, stessa convinzione di tanti, ma la convinzione non è una prova. A trovarle ci aveva provato il giudice Salvini. Aveva recuperato alcuni nomi, registrato il racconto di alcuni pentiti, ma si era scontrato col muro di gomma alzato dalle autorità statunitensi. Lavoro difficile, impossibile quello del magistrato. Eppure, pentiti avevano raccontato della collusione tra l’Os, l’organizzazione di sicurezza che in Veneto faceva capo a Spiazzi, e alcune frange di Ordine Nuovo, quelle “attenzionate” dal governo Usa per mantenere un certo ordine in Italia. Aveva negato Spiazzi:”Non era così – aveva detto al Corriere di Verona – l’Os era una struttura “statale” in cui io avevo il compito di reclutare chi, una volta uscito dall’esercito, voleva essere attivo nel momento in cui si fosse delineato un pericolo per lo Stato. A differenza di Gladio che aveva un proprio arsenale, noi non eravamo armati. Le armi ci sarebbero state date dai carabinieri una volta che il pericolo fosse stato tangibile. E nella mia “legione” non c’erano ordinovisti. Sfido chiunque a trovare nell’elenco di quei cinquanta uomini qualcuno che sia stato vicino a Ordine Nuovo. In quegli anni Ordine Nuovo in certi ambienti faceva clamore, aveva un certo peso come unica formazione di estrema destra. Non escludo che qualcuno simpatizzasse, ma niente di più”.

Su Piazza della Loggia Amos Spiazzi aveva respinto tutte le accuse del giudice Salvini, contestato le ricostruzioni del magistrato. “Ancora adesso ogni tanto mi chiama un giudice e mi chiede dov’ero il 28 maggio del 1974 (il giorno della strage di piazza della Loggia, a Brescia, ndr) – aveva avuto modo di dire Spiazzi – Quando gli dico che mi trovavo a Padova con il mio amico Rachis, vogliono sapere chi è. E io devo spiegare che è il ragno che viveva nella mia cella…”. Assolto e reintegrato nell’Esercito, questo è Amos Spiazzi. Ed anche questo:”Che Ordine Nuovo potesse avere contatti con gli americani è abbastanza scontato. A Verona c’era Marcello Soffiati che girava con tanto di cartellino con la scritta Cia.”.

“Legame” del quale Spiazzi era sempre stato convinto. Nel “Mistero della Rosa dei Venti”, sulla strage di piazza Fontana ha scritto:”Non si conoscono ancora mandanti ed esecutori… Ma a chi giovava la strage? A quei politici che il potere volevano conservare ad ogni costo con la benedizione dei loro protettori d’oltreoceano e soprattutto della Cia…».

Fonte Globalist

Spy story: il misterioso suicidio di uno 007

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Ma c’è una indagine in corso e ora alcune indiscrezioni cominciano a trapelare, ad incrinare il muro di omertà-riservatezza che ha sempre circondato la vicenda. Come andarono le cose dal poco che è pubblicamente noto?

Ripartiamo dal 7 novembre del 2010 quando le agenzie battevano la notizia: «Si è sdraiato sui binari nell’attesa che arrivasse il treno. Tragica fine per un uomo, di cui al momento non si conosce l’identità, travolto dal convoglio nella zona di Capannelle, a Roma. Il fatto è accaduto intorno alle 11 di oggi. L’uomo è stato investito da un treno proveniente da Napoli e diretto a Venezia». Una viaggiatrice, in calce a un sito di news, raccontava che un’ora dopo il corpo era ancora riverso sui binari, senza nemmeno un lenzuolo a coprirlo.

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Solo ora sappiamo che il morto era un segretario dell’Aise e che la morte venne resa nota all’interno della struttura solo un paio di giorni dopo. Morto perché? Nell’ambiente si era sparsa la voce secondo la quale c’era un amore contrastato, comunque motivi sentimentali, all’origine del gesto disperato. Certezze della prima ora che poi si sono andate affievolendo con il tempo. E oggi ancora ci sono molti lati oscuri sulla morte di Riccardo Barba, così si chiamava il tenente dei carabinieri, proveniente dal reparto operativo di Via in Selci e in servizio all’VIII divisione dell’Aise. Il nickname con cui era conosciuto tra gli 007 era Pierino.

Ma quali sono gli elementi che destano perplessità? Sembrerebbe anche che l’autopsia ipotizzi una quantità elevatissima di ossido di carbonio nei polmoni. Gli esperti dicono che quando sei così pieno di ossido di carbonio non sei in grado di camminare. Prima un tentativo di suicidio col gas dell’auto poi l’auto distruzione più crudele del treno?

Allora nell’ambiente comincia a circolare la voce che la tesi del suicidio per amore non regge e ci si fanno domande: com’è arrivato sui binari un uomo in quelle condizioni? Come ha fatto a raggiungere i binari? C’era una macchina lì intorno? La sua almeno, oppure quella di altri se il suicidio non convince?

Sul caso indagava il pm Saviotti. Ma l’11 gennaio di quest’anno il capo del pool anti-terrorismo della Procura di Roma è morto d’infarto. Qualcuno ricorderà lo scandalo suscitato dall’esultanza in rete del vate di Casapound (Saviotti indagava anche sui neofascisti). A Saviotti succede Tescaroli. E a quanto sembra, da alcune analisi tossicologiche sarebbe emerso che la saturazione da ossido di carbonio era sufficiente per morire ma non per arrivare fino ai binari. Almeno non con le proprie gambe.

C’è un altro elemento che fa riflettere: proprio nei giorni immediati prima di morire, Riccardo Barba era andato a Milano col suo gruppo, tutti agenti armati ed equipaggiati. Sembra che si trattasse di una delicatissima attività di contro proliferazione, di contrasto a traffici atomici, svolta col supporto di elementi di servizi stranieri alleati. Una settimana di lavoro a Milano e il rientro a Roma. Al ritorno l’agente era, o sembrava, una persona tranquilla. Ma il giorno seguente la sua fine sotto un treno a Capannelle.

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Nessuno può sapere cosa passi nella testa di una persona che decide di togliersi la vita. Se ci sia qualche elemento scatenante. Certo è che difficile immaginare una persona che ha un’arma di servizio, ha dimestichezza nell’usarla, e che per uccidersi scelga di mettere la testa sotto al treno invece di spararsi. E soprattutto: come ha fatto ad arrivare ai binari?

Misteri sulla morte di uno 007, misteri della contro proliferazione. Un suicidio per amore. Ma forse le cose non stanno così.

Fonte Globalist

Facebook: un bug permette di bypassare l’inserimento della password

Facebook Bug

Il link ottenibile con la ricerca era quello contenuto nelle email inviate da Facebook agli utenti in caso di aggiornamenti e notifiche, dove infatti si offre la possibilità di rispondere velocemente cliccando per effettuare il login. Il security engineer di Facebook, Matt Jones, ha spiegato che questo tipo di link vengono tipicamente inviati solo via email e possono essere inoltre usati un’unica volta:

Per far sì che un motore di ricerca arrivi a questi link, il contenuto delle email deve essere stato postato online. In ogni caso, a causa della pubblicazione di questi link, abbiamo disattivato la funzionalità fino a quanto non potremo assicurare la sua sicurezza per gli utenti le cui email sono pubblicamente visibili.

Fonte Cadoinpiedi

Musulmano e spia: Rahman e le nuove ombre sull’antiterrorismo Usa

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Fermato per la terza volta per detenzione di stupefacenti, Rahman viene avvicinato da un poliziotto in borghese che lo invita a “dare una svolta alla sua vita”. Dal mese seguente entrerà nel libro paga del NYPD: 1000 dollari al mese per origliare conversazioni, scattare foto nelle moschee, riferire di qualsiasi individuo sospetto nella comunità islamica locale e, soprattutto, tendere delle trappole ai fedeli, testando le loro reazioni in discorsi riguardanti terrorismo, jihad, rivoluzione. Rahman, dopo un breve addestramento, inizia a raccogliere materiale da consegnare al suo agente di riferimento, Steve, col quale è anche in contatto telefonico. Steve è molto soddisfatto del lavoro del suo nuovo mosque crawler, come in gergo vengono chiamate le spie all’interno delle moschee. E Rahman è convinto di “difendere New York City”. Si sente “un eroe”.

Presentandosi alla comunità islamica come un ex drogato in cerca di redenzione, Rahman inizia a stringere amicizie nelle moschee del Queens, frequentando una serie di incontri, conferenze universitarie, consegnando di volta in volta a Steve gli elenchi dei partecipanti ad una scuola coranica, il numero di telefono di un imam, fino ad aizzare i suoi amici in discussioni molto sensibili, nella speranza di scovare una “gaffe dell’interlocutore” da rivendere alla polizia. Ad esempio, racconta Rahman ad AP, chiede opinioni e reazioni sul recente attacco al consolato americano in Libia, ben conscio di toccare un argomento scottante per “fare soldi”, “giocarmi la partita”.

Ma durante il periodo da informatore della polizia, durato alcuni mesi, Rahman non incontra nessun personaggio sospetto. Anzi, spiando i suoi amici nota che “a volte portavano del cibo alle famiglie musulmane bisognose”. Decide di abbassare la maschera il 2 ottobre, svelando il suo segreto su Facebook e tagliando ogni ponte col NYPD. Secondo i reporter di AP, il numero telefonico di Steve risulta ora disattivato e la polizia, alla richiesta di un commento, si è chiusa in un silenzio stampa. I metodi non convenzionali utilizzati dalle forze dell’ordine di New York, sviluppati assieme alla CIA dopo l’attacco alle Torri gemelle, sono stati giudicati eccessivi ed ambigui da una parte dell’opinione pubblica americana. La sicurezza Usa è accusata di sorpassare il limite tra investigazione ed incitamento ad azioni terroristiche create ad arte, spingendo giovani facilmente influenzabili a voler compiere “attentati” che probabilmente, senza le imbeccate di finti militanti di al Qaeda, non avrebbero mai compiuto.

Solo la scorsa settimana Quazi Mohammad Rezwanul Ahsan Nafis, un cittadino bangladeshi di 21 anni, era stato fermato dall’FBI proprio a Manhattan, accusato di voler far saltare in aria una delle sedi della Federal Reserve, la Banca centrale americana. Appena arrivato in Usa con un visto da studente, Nafis entra in contatto con un agente FBI sotto copertura. Spacciatosi per terrorista, l’agente non solo guidò Nafis nella scelta dell’obiettivo e nella preparazione dell’attentato, ma gli fornì del finto esplosivo, lo accompagnò davanti alla Fed con un pulmino, armarono insieme la “bomba” e sempre insieme presero una stanza in un hotel con vista. Quando Nafis premette il bottone per la detonazione a distanza, non esplose nessun pulmino; il suo complice lo aveva già ammanettato.

Fonte Ilfattoquotidiano