Così Facebook ti spia mentre navighi

facebook spia

Secondo BI c’è più di un modo per capire che Facebook è uno dei siti internet che più ci traccia, più chiede e scambia il nostro traffico online impacchettandolo e mettendolo a disposizione di chi fa advertising online: “I critici lo chiamano spiare. I pubblicitari lo chiamano targeting”, ma sempre attività invasiva è. Non solo, il problema è anche logistico: “Queste richieste di tracciamento possono consumare grandi quantità di dati. Trasferire mucchi di dati è qualcosa che prende molto tempo. Generalmente, più tracciamento è richiesto su un sito internet, più lentamente il sito si carica”; e ancora non è tutto.

NAVIGAZIONE – Non sono solo i traccianti che possiamo vedere, i bottoni, i Javascript, a impegnare il nostro browser: “I tracciatori nascosti sul sito lo fanno allo stesso modo. Funzionano da terze parti sul vostro computer: non potete vederli senza privacy software, e probabilmente non intendete condividere informazioni con loro”. Ci sono vari programmi che consentono di far cessare ogni attività di tracking, ad esempio Do Not Track Plus della Abine, che blocca anche quasi 300 richieste di tracking per sessione di navigazione: tuttavia, è Facebook stesso a consigliarci di non bloccare questo traffico. “Il vostro browser potrebbe permettervi di bloccare queste tecnologie, ma in questo modo potreste non essere in grado di utilizzare alcune potenzialità di Facebook”.

Fonte Giornalettismo

Privacy: nella casa dell’amante ogni documentazione è reato

detective

Il detective, per cogliere la donna in flagranza, si era appostato nell’abitazione del di lei amante, previa l’autorizzazione dello stesso, ed ha così potuto minuziosamente documentare, con materiale audio-video degno del miglior regista di film hard, il rapporto adultero, consentendo al marito di trovare -ahimè- conferma ai propri sospetti.

Ma come suole ricordare l’antico adagio, cornuto e razziato: la moglie, colta da ira funesta, ha deciso di querelare l’investigatore privato e di portarlo davanti al giudice penale. In entrambi i casi, sia la Corte di primo grado che la Corte d’appello, in virtù di quanto ammesso dallo stesso detective, si è stabilito che l’imputato fosse da condannare per il delitto di cui all’articolo 615 – bis del codice penale (rubricato “interferenze illecite nella vita privata”).

I giudici di merito hanno ritenuto, infatti, che il comportamento del detective abbia violato il diritto alla privacy, che deve essere garantito alla moglie nei luoghi privati, quale un’abitazione (anche se non sia la propria). Il detective, allora, si è rivolto alla Corte di Cassazione per conseguire la riforma della sentenza della Corte d’appello, tuttavia la Corte di legittimità non ha accolto le tesi difensive dell’imputato ed ha confermato la condanna. Gli ermellino hanno ritenuto, avversamente a quanto rilevato dal ricorrente, che il reato contestato possa benissimo concretizzarsi, anche quando il filmato sia girato in un’abitazione diversa da quella della moglie.

Non è di rilievo, dunque, che il “documentario” non sia stato registrato a casa della persona spiata; la stessa regola vige anche nel caso in cui il proprietario della casa, nella fattispecie l’amante, avesse dichiaratamente palesato il consenso a filmare al detective. Il soggetto spiato, infatti, deve comunque aver garantita la sua parte di privacy. Quindi l’investigatore, per dirla più semplicemente, compie il reato anche se la sua presenza è legittima nel luogo (privato) dove avviene il tradimento.

L’effetto della sentenza è quello di estendere il raggio delle condotte punibli nell’attività di investigazione privata, in tal modo sanzionando non solo le registrazioni effettuate nel domicilio del soggetto osservato, ma anche quelle fatte nelle abitazioni dei suoi “frequentatori”.

Fonte Leggioggi