Usa, comunicazioni via cellulare sempre più sorvegliate

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Il Times è risalito a questo dato grazie agli sforzi di un congressista del Massachussets, il democratico Edward J. Markey che, sulla scorta di un precedente pezzo del quotidiano newyorkese, ha spedito una serie di lettere a nove carrier, sollecitando delucidazioni.

Ne è emerso un quadro preoccupante. Non solo per l’elevatissimo numero di indagini, ma anche per il fatto che molte di esse – vuoi perché relative a situazioni di emergenza in cui un mandato non è necessario, vuoi per incuria o negligenza da parte dei redattori – non erano accompagnate da un ordine del giudice.

L’operatore AT&T, ad esempio, risponde in media a 700 richieste al giorno, di cui 230 (il triplo di quanto accadeva cinque anni fa) riguardanti vere o presunte emergenze: tentativi di omicidio, suicidi, rapine e simili. In totale, la società ha risposto  a 261.365 richieste di informazioni nel 2011, contro le 125.425 del 2007. Un dato parzialmente – ma non del tutto – in linea con la crescita del bacino di consumatori dell’azienda che oggi serve più di 103 milioni di clienti (contro i 70 milioni di cinque anni orsono). Per gestire la mole di interrogazioni, AT&T impiega uno staff di 100 persone, al lavoro sette giorni su sette.

Altri grandi carrier, come Sprint, che nel 2011 ha esaminato 500.000 richieste, hanno un team di 36 analisti a cui si aggiungo altri 135 persone che vagliano gli ordini di consegna dei dati emessi da un giudice. Tutto ciò naturalmente ha dei costi, e le compagnie si fanno pagare (At&T ha intascato più di 8 milioni di dollari, l’anno scorso, per i propri servizi) anche se alcune di essi lamentano di andare comunque in perdita. “Crediamo di essere ben lontani dal compensare i nostri costi – scrive il vice presidente Timothy P. McKone”.

Operatori di minori dimensioni, come Cricket, hanno deciso di esternalizzare questo tipo di pratiche, delegandole a un fornitore esterno, la Neustar, che ha oltre 400 clienti. Il che significa che i dati degli utenti, già a rischio – non si sa bene che fine facciano una volta nelle mani della polizia e quanto a lungo vengano custoditi – passano ancora di mano. “È la ricetta per un disastro della privacy – commenta secco Trevor Timm, dell’Electronic Frontier Foundation”.

Le cose, in realtà, stanno ancora peggio di così. Se un milione e trecentomila persone intercettate vi sembrano poche, tenete conto che probabilmente sono molte di più. Le forse dell’ordine possono infatti richiedere, con un singolo modulo, i dati all’ingrosso di tutti quelli che si trovano ad adoperare una certa cella di telefonia mobile a una certa ora. È come cercare un ago in un pagliaio “ma una volta trovato l’ago – si chiede il deputato Markey – che ne è di tutto il resto?”.

Il pericolo è che queste “reti a strascico digitali”, per citare sempre il politico americano, vadano a intaccare anche la privacy di persone totalmente innocenti e ignare, andando a creare un ricco database di cui si ignorano le modalità di gestione e le funzioni. Sull’argomento si è espresso anche Ross Schumann, avvocato della Computer and Communications Industry Association, un gruppo che riunisce diversi giganti dell’It, da Google a Facebook, esprimendo preoccupazione (http://www.ccianet.org/index.asp?bid=89&BlogEntryID=256&FormID=300&catid=0) per il fatto che il numero di richieste non corredate da un mandato fosse in continuo aumento.

Fonte La Stampa

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