Ecco perché l’Arabia Saudita rischia grosso schierando i jihadisti in Siria
L’Arabia Saudita e il Qatar sono i principali, e più espliciti, sostenitori regionali dell’opposizione armata contro il regime di Bashar al-Assad. Il Regno Saudita, prima economia dell’area, dispone di un ‘arsenale’ finanziario pressoché illimitato con cui sovvenzionare le proprie cause politiche. E non è un mistero che una di queste sia proprio quella di rovesciare lo scomodo (e forse troppo filo-iraniano) governo siriano.
Per i principi sauditi, Bashar al-Assad è un fastidioso vicino di cui doversi sbarazzare. Un vicino che rischia di rivelarsi in futuro una minaccia ancora peggiore, qualora l’esito della rivolta dovesse volgere in suo favore. Gli eventi – ormai in corso da 15 mesi – sembrano avvalorare le preoccupazioni saudite. Infatti, malgrado il massiccio dispiegamento di forze da parte dei nemici della dinastia alawita, i risultati in campo sono tutt’ora dalla sua parte.
Gli Stati Uniti guardano all’Africa. O meglio, spiano l’Africa. Aumentano in modo esponenziale le operazioni di intelligence, come anche le basi aeree da cui partono le missioni di ricognizione. L’obiettivo ufficiale, al solito, è scovare terroristi e presunti terroristi radicati in tutto il continente.
I ribelli dell’esercito siriano libero, coloro che da 15 mesi combattono il regime di Bashar al-Assad, sarebbero stati armati dagli stati arabi del Golfo, in particolare da Arabia Saudita e dal Qatar. Le armi sarebbero entrate in Siria attraverso la Turchia grazie al sostegno dell’intelligence turca. A dirlo è il quotidiano britannico Independent,secondo cui i siriani avrebbero ricevuto anche carichi di kalashnikov, granate da lanciarazzi e armi anticarro.
Un potenziamento graduale